La stampa italiana su “Storia della mia calvizie”

Tra le recensioni italiane trovate poche esprimono un giudizio vero e proprio, tuttavia in generale il libro è stato ricevuto positivamente dalla critica.

Stefano Bucci sul Corriere della Sera scrive che il libro è “di un giovane Pirandello olandese”, Grunberg sceglie di creare uno pseudonimo per sfuggire dai critici che ormai lo conoscono e lo elogiano, tornando così all’esordio letterario. Un esordio che gli ha fruttato «Premio per la miglior opera prima in lingua nederlandese» per la seconda volta nella sua carriera. Bucci sottolinea che la storia è “assai divertente e dai ritmi quasi cinematografici” e l’ironia “è assai amara e prende tutto e tutti di mira”.

Su la Repubblica, Gabriele Romagnoli scrive che il libro è “la storia di un’assenza più grande, generalizzata e tragicamente sostenibile”, paragonandolo a un film di Woody Allen in cui “l’occhio di Dio va chiudendosi, non guarda perciò a tutti i nostri peccati e noi ce li portiamo serenamente”. Romagnoli inoltre afferma che il romanzo ha una struttura sgangherata, quasi come se l’autore avesse voluto intenzionalmente liberarsi del proprio talento, ma che, secondo Romagnoli, “non ci è riuscito”, la cifra della scrittura infatti riesce a far tenere insieme il romanzo intero.

Sullo stesso giornale, Susanna Nirenstein definisce Arnon Grunberg “un piccolo gioiello di autoironia, alla maniera ebraica, un Woody Allen ragazzo, un Philip Roth in erba, tra primi incontri sessuali, arte d’ arrangiarsi e una sorta d’ adozione ricevuta nei quartieri a luci rosse di Amsterdam”.

Sul sito hideout.it, Mario Bonaldi dà al libro 4 su 5 e afferma che Marek van der Jagt è “l’indimenticabile protagonista (e autore) di questo spiazzante, disperato, divertente romanzo” e che Storia della mia calvizie è “tanto ironico quanto commovente”. Bonaldi inoltre elogia il linguaggio (e la traduzione di Franco Paris) usato nel libro, affermando che “è composto in una lingua precisa, esatta, efficace, la cui forza si rivela in particolare nella bellezza delle similitudini e delle analogie, davvero originali, sorprendenti”.

Secondo Brunella Schisa ne Il Venerdì della Repubblica, l’umorismo dell’autore è “graffiante come da tradizione ebraica, sia che si firmi col suo vero nome sia che usi uno pseudonimo”.

 

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